CANTINE FERRARI, STORIA DI UN’ECCELLENZA

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di Fabio TiraboschiGenoa News Chronicle / Io, reporter

L’articolo è inserito nel saggio: La collaborazione nell’impresa tra capitale e lavoro dal dopoguerra ad oggi. Verso il modello renano” di Filippo Peschiera – Genova, De Ferrari Editore (2016)

LE ORIGINI

Delicato colore rosa con bollicine fini. Al naso sentori di brioche, fragole e un accenno di funghi. Molto secco, con una fresca acidità e una concentrazione di profumi di prugna rossa, lampone e pasta frolla con una nota finale che persiste in bocca. Prodotto eccezionale”.

Degustazione dopo degustazione, assaggio dopo assaggio, una Giuria internazionale di enologi riassume tutta l’eccellenza del Perlè Rosè Trentodoc, uno dei vini pluripremiati di Ferrari, cantina di Metodo Classico leader in Italia, guidata oggi dalla terza generazione della famiglia Lunelli. Una storia antica che nasce dalla scintilla di un’idea. L’anno è il 1902, l’artefice si chiama Giulio Ferrari, il palcoscenico è il Trentino, l’elemento è la vigna. In una piccola cantina a pochi passi dal Duomo di Trento, Giulio Ferrari intuisce che la sua terra ha una vocazione straordinaria per la produzione delle bollicine più nobili e sulla spinta di questa certezza insegue una sfida, all’apparenza folle: creare in Trentino un vino capace di confrontarsi con il migliore champagne. Giulio Ferrari è un pioniere e dalla sua “visione” ha inizio una storia imprenditoriale italiana che merita di essere raccontata.

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Guidato dalla passione per un’idea, Giulio Ferrari si specializza in enologia a Montpellier e nella Champagne, i luoghi del mito, l’università del vino. Tornato a Trento introduce e diffonde per primo il procedimento francese della seconda fermentazione in bottiglia, quella che dona il perlage. E’ la poesia del cosiddetto metodo classico, l’invenzione delle “bollicine” made in Italy. Comincia a produrre poche, ma selezionatissime bottiglie di Chardonnay con un culto ossessivo per la qualità in ogni dettaglio. Uve chardonnay e pinot nero coltivate in alta quota sulle montagne del Trentino: è la svolta, l’elemento di novità destinato a rafforzare il secolare legame tra vigna e territorio.

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In Trentino si fa vino da sempre: le prime testimonianze risalgono al 3.000 A.C. Fondamentale nello sviluppo qualitativo dell’enologia del territorio è stato ed è l’Istituto Agrario di San Michele, oggi Fondazione Mach, fondato il 12 gennaio 1874. La Dieta regionale tirolese di Innsbruck, che aveva acquistato il monastero di San Michele e i relativi beni, deliberò infatti di attivare a San Michele all’Adige una scuola agraria, con annessa stazione sperimentale, per contribuire alla rinascita dell’agricoltura nel Tirolo. L’attività della nuova istituzione iniziò nell’autunno dello stesso anno con Edmund Mach come primo direttore.

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Sulla scorta di questi illustri capisaldi storici come assicurare continuità al sogno? Giulio Ferrari, non avendo eredi, cerca qualcuno a cui affidare la ragione della sua vita, qualcuno di speciale animato da passione febbrile, lungimiranza e dedizione. Tra i tanti pretendenti sceglie, come suo successore, Bruno Lunelli titolare di un’enoteca a Trento. E’ il 1952, una data cruciale nella vicenda Ferrari. E’ l’anno dell’incontro tra due uomini mossi dalla speranza, il sentimento che in quel periodo anima la collettività italiana appena emersa dagli orrori della guerra. Sono i tempi del ‘rinascimento economico’ che nel volgere di pochi anni proietterà l’Italia nel gotha delle potenze occidentali. Bruno si indebita fino al collo per rilevare la piccola cantina: 30 milioni di lire per un francobollo di vigna e 10 mila bottiglie l’anno. Non retrocede mai, attraversa fino in fondo la sua sofferenza, riesce a dargli un senso e a renderla viva d’amore. Anche quando la paura sembra vincerlo, quando le energie gli vengono meno, c’è sempre l’obiettivo finale a guidarlo e a sostenerlo: la forza del progetto.

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LA STIRPE LUNELLI E IL PALCOSCENICO MONDIALE

Da quel momento inizia la storia di casa Ferrari sotto la guida della Famiglia Lunelli. Bruno fa crescere la produzione senza mai scendere a compromessi con la qualità. Trasmette la passione ai suoi figli. E sono proprio Gino, Franco e Mauro che nei favolosi anni ’80 fanno diventare il Ferrari il brindisi italiano per eccellenza. Nel 1993 – altro passaggio fondamentale – nasce la Doc Trento. Seguono le stagioni del consolidamento e dello sviluppo. Nel 2007 viene creato il marchio TrentoDoc che riunisce oltre 40 aziende spumantistiche, espressione di una denominazione che territorialmente è costituita dalle aree vocate alla viticoltura della provincia di Trento. Produzione di circa 8 milioni di bottiglie di spumante Metodo Classico, utilizzando in prevalenza uve Chardonnay, ma anche Pinot Bianco, Pinot Nero e Pinot Meunier. Il Ferrari, sulla scorta di un qualificato palmares, acquista anno dopo anno prestigio e riconoscimenti.

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Dietro il successo della storica cantina trentina c’è dunque una famiglia, i Lunelli appunto, giunti con Matteo, Alessandro, con la cugina Camilla che si occupa della comunicazione globale e con l’altro cugino Marcello, direttore tecnico, alla terza generazione, evento peraltro rarissimo nel panorama italiano delle aziende a conduzione familiare. Lo dicono i dati: tendenzialmente il 70% delle aziende che arrivano alla terza generazione chiudono. Nel caso dei Lunelli, al contrario, proprio il fattore familiare si è trasformato da limite storico a valore aggiunto grazie, innanzitutto, alla solida formazione accademica, culturale e professionale dei nuovi alfieri. La terza generazione della famiglia Lunelli mantiene vivo il sogno Ferrari guidando l’azienda con l’obiettivo di innovare nel solco della tradizione, portando Ferrari nel mondo quale ambasciatore dell’Arte di Vivere Italiana.

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NUOVI ASSETTI E SGUARDO AL FUTURO

La maison è riuscita a preparare il cambio generazionale per tempo e in modo condiviso, vanta nel proprio Cda consiglieri indipendenti in grado di fornire un contributo importante alla visione imprenditoriale e allo sviluppo del business, e si basa su una governance chiara ed efficace applicata sia all’interno della famiglia che in azienda. Anticorpi di un’impresa familiare sana in grado di rinnovarsi, affrontando con determinazione, anche in momenti non facili, i mercati internazionali indispensabili per lo sviluppo.

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Il delicato passaggio di incarichi, responsabilità e poteri è stato gestito in modo attento e graduale. Fondamentale, nel quadro dell’operazione, l’intervento di una società esterna che ha provveduto a formalizzare la transizione nei dettagli. Dopo oltre un secolo di Storia il desiderio di innovare si sposa con il rispetto della tradizione e di quei valori che hanno sancito il successo della casa. La ricerca della qualità in ogni dettaglio, il controllo di ogni passo, dalla terra alla tavola, e un legame intimo e indissolubile con il territorio trentino. Perché l’eccellenza non è un atto, ma un’abitudine.

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Il Gruppo Lunelli, attestato sui 73 milioni di fatturato, presente in più di 50 Paesi con una crescita annua del 16% nel settore estero, impegnato ogni giorno sul fronte delle strategie di mercato, ha scorporato le attività finanziarie da quelle industriali e si avvia a consolidare il bilancio con una crescita a due cifre. Il driver dello sviluppo rimane puntato sulla leadership nelle bevande di alta gamma, sull’estero, ma anche su una crescita per linee esterne con acquisizioni di società. Le bollicine sono la punta di diamante, ma con un portafoglio diversificato di prodotti, grazie a due acquisizioni: in Umbria, la tenuta Castelbuono, terra di Sagrantino e Montefalco, dove ora si annida il Carapace, cantina-scultura realizzata da Arnaldo Pomodoro; in Toscana, la tenuta Podernovo, che produce possenti Sangiovese alla pisana. Più un’acqua minerale, la Surgiva; una distilleria dove si producono, invecchiano e maturano in legni pregiati le grappe Segnana; il 50% del Prosecco di Bisol e la Locanda Margon. Radici salde in terra, ma obiettivi ad ampio raggio.

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Le vendite sono risalite. Fondamentale il contributo del mercato italiano, in crescita dell’8%. Il rafforzamento del prestigioso brand oltreconfine (dove i ricavi si sono attestati, negli ultimi anni, a 8 milioni) è tra gli obiettivi in agenda: in crescita nei mercati core come gli Stati Uniti e il Giappone, il Gruppo Lunelli punta deciso ad affermarsi anche in Russia e Cina. Si tratta di una sfida soprattutto culturale: le bollicine italiane nel mondo scontano, rispetto allo champagne, un deficit di identità colmato solo in parte dalle attestazioni colte degli esperti.

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Un dilemma agita da tempo i produttori di bollicine trentine: vanno difese a tutti costi le specifiche qualità del prodotto, rinunciando così ad una penetrazione in grande stile nei mercati maggiori, oppure è necessario sacrificare anni di qualità al massimo grado per strizzare l’occhio anche ai consumatori meno preparati ed esigenti?

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Il Gruppo Lunelli ha sempre ritenuto imprescindibile puntare sul legame unico ed esclusivo con la montagna e sulla qualità. Il brand Ferrari, che da solo costituisce quasi il 60% della denominazione TrentoDoc, è una certezza ed è sinonimo di identità sicura e reputazione granitica. Studi Eurisko e focus group dimostrano come il marchio sia sinonimo di qualità, tradizione e garanzia. La strada tracciata, insomma, è quella vincente.

BOLLICINE DALLE DOLOMITI

Del resto, che i vini TrentoDoc siano speciali e di livello superiore lo conferma anche un’indagine scientifica commissionata dall’istituto di tutela trentino alla Fondazione Mach di San Michele all’Adige e all’Università di Modena e Reggio Emilia: secondo i ricercatori che hanno indagato suoli, tralci, mosti e vino, lo spumante prodotto sulle montagne dolomitiche possiede elementi fisici tali da determinare le caratteristiche organolettiche del prodotto in quantità e qualità superiori rispetto a tutte le altre bollicine del territorio nazionale. È infatti noto che il profilo dei minerali del terreno e le loro interazioni rimangono inalterati nel passaggio alla pianta e poi all’uva, che, per così dire, finisce per memorizzare le informazioni geografiche e fisiche del territorio di origine: grazie a questa specifica caratteristica e ad una serie di esami dalla elevata complessità tecnica, oltreché semantica (si tratta infatti di non ben comprensibili operazioni di gascromatografia bidimensionale accoppiata a spettrometria di massa), è stato possibile indagare la complessità aromatica degli spumanti TrentoDoc e visualizzare concretamente, dati alla mano, la sua intera ricchezza.

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Le bollicine dolomitiche sono in grado di vantare la presenza nel loro Dna di ben 196 composti differenti dalla concentrazione caratteristica; 1700 i composti volatili rilevati, quasi dieci volte di più rispetto ai metodi tradizionali di rilevazione adottati prima di questa innovativa ricerca, un po’ come indagare con il microscopio ciò che prima invece si analizzava con la semplice lente di ingrandimento: quantità, dunque, ma soprattutto qualità, visto che tali elementi sono quelli che rendono unico TrentoDoc rispetto a tutti gli altri metodi classici italiani.

Parole in realtà già sentite nel recente passato, solo che questa volta a sostenerlo non sono gli uffici stampa dell’istituto di tutela o gli efficaci slogan di qualche agenzia pubblicitaria, ma scienziati di vaglia, con il conforto dei dati delle provette (1).

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A determinare queste specifiche peculiarità, secondo i ricercatori, sarebbero le forti escursioni termiche caratteristiche del clima trentino, in grado di formare terpeni – ovvero sostanze varietali aromatiche legate all’uva – assolutamente particolari e originali. Sostanze che finiscono per conferire al prodotto finito sapori e sfumature che il lavoro in cantina non è in grado di riprodurre: si tratta del lavoro della natura che l’uomo oggi può permettersi solo di gestire al meglio e controllare, ma non di clonare a sua immagine e somiglianza. Un’ulteriore garanzia, insomma, che renderebbe il TrentoDoc, secondo le conclusioni a cui sono giunti gli esperti, assolutamente inimitabile. Ciò significa che nessuno potrà mai più spacciare per TrentoDoc uno spumante che TrentoDoc non è, visto che ad un’analisi accurata sarebbe possibile smascherare qualsiasi tentativo di contraffazione.

In sintesi: se un metodo classico esprime valori significativi riferiti ai composti che costituiscono la mappatura base del Trentodoc, ebbene quel metodo classico non può essere null’altro se non un Trentodoc. E, ovviamente, viceversa. La ricerca mette infatti in evidenza elementi finora inesplorati che rendono oggettivo e misurabile il legame fra il territorio e le bollicine trentine che oggi, più di ieri, si possono davvero definire l’unico metodo classico “di montagna”. Profumi e sapori diventano così, oltre che inconfondibili, addirittura certificabili e potrebbero offrire alle 41 aziende riunite sotto l’ombrello protettore della denominazione un ulteriore argomento per rafforzare la loro leadership sul mercato delle bollicine internazionale, tant’è che alcune di esse, fiutato l’affare, hanno già iniziato ad organizzare eventi puntando con forza su questa nuova, unica specificità.

PHOTO CANIO ROMANIELLO / OLYCOM

Eleganza, freschezza e persistenza diventano oggi categorie non più affidate alle strategie dei guru commerciali, ma principi di riferimento scientificamente comprovabili, e dunque elemento oggettivamente accattivante per fare presa su un consumatore oggi travolto da una mole di messaggi eccessiva e per certi versi contraddittoria. Da oggi la parola territorialità perde quell’alone di mistero che l’aveva accompagnata per anni e si traduce in elemento concreto, certificabile: un’arma davvero straordinaria se saputa usare correttamente.

CANTINE FERRARI E TERRITORIO

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Le Cantine Ferrari sono state tra le prime case history dell’enologia italiana, emblema di come un’azienda possa trainare l’economia di un intero territorio, con 500 produttori che conferiscono le loro uve al gruppo. E tante altre cantine che fanno del Trentino la principale terra di produzione di spumanti. Si sceglie Ferrari al Quirinale, da quando il Presidente Pertini lo preferì allo champagne fino ad allora in uso nelle ambasciate italiane nel mondo, durante gli eventi e gli incontri internazionali. Un Metodo Classico con cui brindano da decenni potenti e creativi, da Margaret Thatcher a Andy Wharol, campioni dello sport e divi del cinema. Nel nostro paese si compra tutto e di più. Ma il vino no, quello resiste. Un universo frammentato nei distretti vitivinicoli che dalla Val D’Aosta si distendono fino alla Sicilia. Insieme fanno correre il mercato a tassi di incremento tali, da costituire un asset strategico del made in Italy. Che neanche nei momenti peggiori della crisi ha smesso di crescere.

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Ferrari, ad esempio, può contare su un visto speciale per gli Usa: ‘Wine Spectator’, la più autorevole rivista di vino internazionale, ha incluso il brand nel ‘Best of Italy tasting‘, unica bollicina fra i migliori dieci vini italiani. Frutti di oggi seminati più di un secolo fa. Ci vuole tempo per un ottimo sviluppo, una condizione che nell’attività del Gruppo Lunelli è legge. La parola chiave è lentezza. Per creare un Ferrari occorre pazienza: oltre 2 anni per un Ferrari Brut. 5 anni per un Perlè, 7-10 anni per la Riserva Lunelli e il Giulio Ferrari. La ricerca della qualità, insomma, non ammette scorciatoie.

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Il Giulio Ferrari Riserva del Fondatore Extra brut 2004 Trento DOC è probabilmente la bottiglia più famosa della denominazione, una sorta di “hors-catégorie” nota ed apprezzata in tutto il mondo. La descrizione degli esperti assaggiatori incanta: “è uno Chardonnay in purezza, ottenuto da uve vendemmiate a metà settembre esclusivamente nel vigneto di Maso Pianizza, situato a Trento a 500-600 metri slm con esposizione sud-ovest. La permanenza sui lievi è decennale. Le bottiglie prodotte sono 39.000 con una gradazione del 12,5%. Nel bicchiere si presenta di colore paglierino con decisi e brillanti riflessi dorati, solcato da un perlage finissimo ed estremamente persistente. Il bouquet è intenso ed amplissimo, con note floreali di acacia, gelsomino, camomilla ed erbe medicinali come la taneda, sentori di crosta di pane e brioches, profumi di frutta matura, di fieno ed anche di agrumi canditi, per chiudere con la parte speziata. L’assaggio è piacevolissimo, sembra aumentare di volume col passare dei secondi, è cremoso, equilibrato, morbido e vellutato, con delle idee di frutta secca e vaniglia, senza dimenticare una sfiziosa nota amarognola finale(2).

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Mercato, rispetto della tradizione, attenzione ai parametri qualitativi, ma non solo. Il Gruppo Lunelli ha rafforzato gli investimenti nell’innovazione e nella sperimentazione a lungo termine. Un’attività importante perché legata ai mutamenti e al surriscaldamento del clima, fattori cruciali in agricoltura. La maison, protetta dall’assicurazione naturale della montagna, produce il celebre Ferrari da vigneti in alta quota posizionati dai 350 ai 750 metri in una bolla di aria pura soggetta a salutari sbalzi termici: il clima, modulato su giornate calde e notti fresche, regala all’uva un’acidità bilanciata e un arcobaleno di aromi. Mediamente 150 metri di quota comportano la diminuzione di un grado di temperatura e un grado di temperatura è tendenzialmente l’aumento medio che si è verificato negli ultimi 20 – 30 anni. Dunque, il fatto di operare in Trentino è una garanzia che presenta, tuttavia, le complicazioni tipiche dell’agricoltura di montagna: i costi, la complessità e il fatto che questo tipo di pratica non può essere meccanizzata. Per contrastare la minaccia del riscaldamento globale, gli agronomi del Gruppo si stanno spingendo sempre più in alto. Tra i progetti in corso un vigneto sperimentale d’altitudine estrema, nel Bondone, vicino Trento, a 700 metri, uno dei vigneti-modello della TrentoDoc. Dunque,  operare in un territorio favorevole come il Trentino e disporre dei vigneti migliori sono condizioni necessarie, ma non sufficienti, per produrre vini di eccellenza. L’elemento umano diventa quindi fondamentale.

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Oggi Ferrari produce 4,5 milioni di bottiglie, divise su 11 etichette, possiede 120 ettari di vigneto a cui si aggiungono le uve fornite da 500 famiglie di conferitori, assistiti dal punto di vista agronomico, per tutto l’anno, dall’azienda. L’enologo è Ruben Larentis, con Marcello Lunelli responsabile della produzione. E’ superfluo dire che i vini Ferrari hanno ottenuto tutti i riconoscimenti possibili, fin dal primo Expò di Milano, data 1906, in cui vinsero la Medaglia d’Oro, per arrivare ai recenti riconoscimenti di “Cantina europea dell’Anno 2015” da Wine Enthusiast e “Sparkling Wine Producer of the Year” nell’ambito del concorso The Champagne and Sparkling Wine World Championships 2015 dove Ferrari si è classificata davanti a due prestigiosi produttori di champagne Charles Heidsieck e Luis Roederer.

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Un’attività complessa quella del Gruppo Lunelli che si regge sul prezioso lavoro di 120 dipendenti diretti. Il senso di appartenenza all’azienda è forte. Per chi vive qui, lavorare in queste cantine è come negli anni ’60, per un torinese, lavorare in Fiat. 4,5 milioni di bollicine italiane che derivano in parte, per quanto riguarda i millesimati e le riserve, dalle uve di proprietà del Gruppo e per il resto dal frutto del lavoro delle 500 famiglie di viticoltori.

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È grazie all’intuizione di Giulio Ferrari se questi luoghi sono oggi il più grande vigneto italiano di Chardonnay: un incantevole giardino vitato, custodito come un tesoro dai monti che lo racchiudono. L’anima del Ferrari scaturisce da una natura generosa e dalla tenacia dell’uomo. In questi vigneti di montagna ciascun filare è espressione del profondo rispetto per la natura e del contatto continuo dell’uomo con la terra. Gli agronomi Ferrari seguono i conferenti durante l’intero arco dell’anno, mentre gli enologi della Casa verificano tutte le fasi del delicato processo di vinificazione. L’eccellenza si concretizza così in ogni passaggio della filiera, dalla vigna alla tavola. Nei vigneti Ferrari è stato rimesso al centro il concetto stesso di fertilità naturale del terreno, così che l’esperienza si rinnova ogni giorno nel solco della tradizione.

L’ECCELLENZA CONDIVISA

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Tra le manifestazioni più scintillanti dell’arte di vivere italiana, la naturale eleganza Ferrari è un’icona di stile che conquista al primo sorso. Nasce nei vigneti di montagna e si perfeziona in cantina secondo il disciplinare TrentoDoc. Ricerca dell’eccellenza, agricoltura sostenibile di montagna, conversione al biologico e gestione delle complessità, coinvolgono sia i dipendenti, sia tutte le famiglie di vignaioli. In questo ambito il Gruppo Lunelli è impegnato in una costante formazione rivolta ai conferenti di uva che hanno sposato, nel corso degli anni, la strada maestra tracciata dalla maison: lezioni teoriche, durante l’inverno, per insegnare i metodi di produzione di uva base chardonnay, attività completamente diversa rispetto alla produzione di uve per vini fermi.

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Un percorso dinamico dove la riscoperta dell’antico uso della prima fermentazione in legno adottata nel Ferrari Riserva Lunelli (etichetta di punta e marchio al top degli spumanti italiani, tra i più agguerriti e soprattutto dotati per fare concorrenza agli champagne francesi), si intreccia con l’innovazione applicata al fronte, in costante espansione, dell’agricoltura biologica, integrata e sostenibile. Oggi i vigneti di proprietà, sia delle Cantine Ferrari che delle Tenute Lunelli, sono coltivati secondo i principi dell’agricoltura biologica, in parte già certificati e in parte in conversione, e le 500 famiglie conferenti di uva si attengono alle indicazioni delVigneto Ferrari”. E’, questo, un rigido protocollo certificato CSQA volto a creare e a diffondere una nuova cultura del lavoro in vigna, basato su elementi naturali e metodi sostenibili, che reintroduce alcune pratiche agronomiche tradizionali come il sovescio (la pratica agronomica consistente nell’interramento di apposite colture allo scopo di mantenere o aumentare la fertilità del terreno) ed elimina invece i concimi chimici. La filosofia del Gruppo viene così declinata in un concetto: l’agricoltore, prima di essere un fornitore di prodotto, è il custode supremo del territorio.

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Vigne senza chimica e bottiglie senza solforosa, un impegno che si è concretizzato nella certificazione Biodiversity Friend”, che valuta l’impatto delle pratiche agricole virtuose. Ad Expò 2015 le Cantine Ferrari hanno presentato il programma di attività nel campo della sostenibilità e della biodiversità al fine di coniugare un continuo innalzamento della qualità dell’uva con la tutela dell’ambiente, della salute dei lavoratori e della naturale fertilità del terreno. Il programma totalizzante, portato avanti con il supporto scientifico della Fondazione Edmund Mach, oltre a garantire una migliore qualità dell’uva prodotta, esercita importanti ricadute su tutto il territorio circostante, il quale beneficia di una più ricca biodiversità. Attraverso norme rigorose, condivise con tutti i conferenti, si punta ad una coltivazione biologica che difende i filari ricorrendo a elementi naturali e metodi sostenibili, come l’eliminazione totale di diserbanti, acaridi e pesticidi, per garantire la naturale fecondità della terra e dell’ambiente circostante.

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Lunelli SpA, rimarcano gli analisti, ha retto bene alle bordate della crisi. E’ un’azienda assai profittevole che continua a generare moltissima cassa e mantiene una robusta solidità finanziaria. L’operazione più rilevante nel core business rimane l’acquisizione dell’80% della Bisol, che le ha permesso di entrare nel mercato del Prosecco Doc e Docg, in forte crescita su tutti i mercati. Il matrimonio con Bisol, accreditata di un 75% del venduto all’estero, soprattutto nei mercati emergenti, serve ad ampliare il portafoglio prodotti e la mappa dell’export. Il Prosecco, che a differenza del TrentoDoc, è prodotto con fermentazione in grandi contenitori, si è fatto strada nel mondo grazie all’ottimo rapporto qualità/prezzo. Ma c’è Prosecco e Prosecco. E quello di Bisol, che nasce nel Cartizze, il territorio più vocato, è finito nella Food Hall di Harrod’s, il tempio delle eccellenze enogastronomiche internazionali, accanto Möet&Chandon, Veuve Clicquot, Taittinger, Pommery, l’alta scuola dello Champagne. Il mercato cambia tendenza, dicono le ultime rilevazioni del Consorzio di Tutela del Prosecco e Iri, ed è proprio la fascia più alta del Prosecco quella in piena bolla da export.

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Nei programmi a medio termine del sodalizio Ferrari – Bisol l’acquisto di nuovi vigneti, soprattutto nelle zone pregiate del Prosecco Superiore di Valdobbiadene DOCG. Bisol resterà presidente e amministratore delegato, il fratello Desiderio, enologo, continuerà ad occuparsi della direzione tecnica. I numeri parlano del successo di questa generazione che ha raccolto il testimone di una tradizione del 1500 continuata dal fondatore Eliseo e dal nonno Desiderio: un decennio fa l’azienda fatturava 5 milioni di euro, ora è arrivata a 21,5. Vende 375mila bottiglie con il marchio Bisol, 1 milione 570mila con l’etichetta Jeio (il nomignolo del nonno) e 1 milione e 330mila con Belstar dalla zona doc.

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Expò 2015 ha conferito al Gruppo Lunelli ulteriore visibilità: 40mila clienti che si sono intrattenuti nello spazio “Ferrari”, 15mila bottiglie stappate, 80 delegazioni internazionali che hanno brindato con gli spumanti della Casa, centinaia di contatti e possibili partnership di alto profilo su cui investire e crescere ancora.

di Fabio TiraboschiGenoa News Chronicle / Io, reporter

NOTE: FONTI E CITAZIONI

(1) LAMADIA Travel food – www.lamadia.com – 12 gennaio 2016

(2) Mauro Giacomo Bertolli “Piccole nicchie o grandi premi internazionali, lunga vita alle bollicine di montagna” – il Sole24Ore Food 24 – 1 febbraio 2016

L’articolo è inserito nel saggio: La collaborazione nell’impresa tra capitale e lavoro dal dopoguerra ad oggi. Verso il modello renano” di Filippo Peschiera – Genova, De Ferrari Editore (2016)
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